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Maurizio Galimberti | punti di vista di osservazione

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Autoritratto di Maurizio Galimberti

Da che punto di vista guardiamo il mondo? Come percepiamo la realtà che ci circonda? Se ci fermiamo a riflettere, ogni volta che ci confrontiamo con qualcuno su un qualsiasi argomento ci accorgiamo che se possiamo parlarne è perché abbiamo osservato quel fenomeno prima individualmente e ce ne siamo formati un’idea. Quindi ciò di cui discutiamo con altre persone non è un’osservazione diretta, ma un incontro di diversi punti di vista derivati da storie personali diverse.

Quindi, quando ci mostriamo all’altro da noi, in realtà mostriamo una costruzione di noi stessi, basata sul ragionamento riguardo noi inseriti nel mondo. Siamo sicuramente passati attraverso un processo cognitivo di tesi/antitesi, ci siamo detti cose e poi abbiamo cambiato idea… abbiamo spostato il focus da un punto di vista ad un altro.

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New York, Flat N° 6, 26/2/2008 e N° 7, 28/2/2008

Il lavoro che Maurizio Galimberti porta avanti con il Mosaico di Polaroid fin dalla metà degli anni ’80, tra i primi a sfruttare il potenziale artistico di uno strumento nato assolutamente come prodotto di massa, si colloca proprio nell’ambito dei punti di vista di osservazione. Che sia un volto, un paesaggio o una architettura, l’Istant Artist eredita la sperimentazione futurista che in fotografia era stata portata avanti dai fratelli Bragaglia attraverso la fotodinamica.

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Fotodinamica di Anton Giulio Bragaglia, primo ‘900

Il dinamismo, il ritmo, il movimento, sono elementi ancora fortemente presenti nella società contemporanea, anzi forse lo sono ancora di più e non è possibile evitarli. Il tempo a volte sfugge, l’osservazione del mondo diventa difficile, ma esiste chi, come Galimberti riesce ad imbrigliare il tempo seppur nella sua dimensione sfuggevole.

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New York, Flat N° 7, 23/2/2008 e N° 8, 28/2/2008

Ogni singola polaroid esprime un’unità che affiancata ad altre unità restituisce, nella complessità dell’opera, una griglia di visioni, tutte diverse seppur rivolte allo stesso oggetto. Non si può guardare al Flat Iron senza muovere la testa su e giù seguendone la verticalità; non se ne può percepire la particolare forma a ferro da stiro se non ci si sposta fisicamente da un lato all’altro e così non se ne può avere una visione d’insieme totalizzante, bensì delle parti a rappresentare un tutto.

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New York, Flat N° 2, 23/2/2008 e N° 3, 28/2/2008

Dal 2006 inizia uno studio quasi compulsivo sulla città that never sleeps che continua tuttora. In particolare alla Deodato Arte ci si può imbattere nel progetto Flat Iron, il famosissimo building della 5th Avenue di Manhattan che aveva affascinato gli sperimentatori della fotografia americana, primo fra tutti Alfred Stieglitz. Queste opere sono pezzi unici ed affascinano non solo per la tecnica del mosaico di polaroid, ma anche per la ricerca sul colore e sulla luce: Maurizio Galimberti ci regala un viaggio nelle tonalità della città dei grattacieli, dove la luce rimbalza sui palazzi, il sole è quasi sempre filtrato dalle costruzioni dell’uomo… riesce a darci un’idea dell’atmosfera che si respira nella Grande Mela!

 

 

 

 

 

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