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Giovanni March (1894-1974) nacque a Tunisi da genitori livornesi, che si  trasferirono in quella città con la speranza di poter trovare una maggiore stabilità economica. Il padre di Giovanni fu un bravo marinaio, dotato di un’ottima abilità manuale che lo portò ad eseguire validamente i lavori più diversi. Egli decise di trasferirsi con l’intera famiglia ad Alessandria d’Egitto, città nella quale purtroppo scomparve precocemente, gettando i suoi cari in una situazione di angoscia ed in gravissime difficoltà economiche.
Nel 1906 la famiglia March rientrò a Livorno, dove Giovanni, nonostante la giovanissima età, iniziò a lavorare, compiendo i più diversi mestieri come: il pescatore, il commerciante, il fabbro ed infine l’imbianchino. Proprio attraverso quest’ultimo mestiere egli ebbe l’opportunità di fare la conoscenza di quei pittori postmacchiaioli, i quali erano soliti frequentare la località di Campolecciano, luogo delizioso collocato alle spalle di Quercianella.
Sin dalla sua infanzia africana, il giovane Giovanni aveva iniziato ad utilizzare i colori, cimentandosi nella pittura, passione che rimase taciuta e nascosta per diversi anni, quando l’attenzione dell’artista fu volta soprattutto a migliorare le condizioni economiche familiari, ma che fu riaccesa grazie alle sue frequentazioni in Campolecciano. I rapporti con Ludovico Tommasi, Plinio Nomellini, Giovanni Bartolena, Mario Puccini e tanti altri pittori furono, per March, certamente utili e stimolanti e, sebbene le tendenze stilistiche del Gruppo Labronico fossero ancora fortemente permeate dalla tradizione fattoriana, March rivolse ben presto la propria attenzione verso coloro i quali in quel periodo rappresentavano l’elemento di rottura con la stessa tradizione ed in particolare verso il fauve Mario Puccini ed il divisionista Plinio Nomellini. Questa scelta, lontana da logiche di mercato, fu sostenuta con forza dall’artista lungo tutto il corso della sua carriera, lungo la quale, March si dimostrò sempre desideroso di evadere dalla tradizione, superando anche i confini nazionali per arricchire il proprio bagaglio culturale.
Le sue innegabili doti pittoriche, unite ad una ricerca stilistica personalissima, lo imposero con una certa rapidità all’attenzione della critica e del pubblico.
La presentazione presso il grande pubblico avvenne per March in giovane età quando, appena ventisettenne,  presentò la propria personale a Firenze presso la Galleria di Aldo Gonnelli ottenendo un certo successo sia di critica che di pubblico.
Successivamente, nel 1923, tenne un’altra personale presso la Galleria Vinciana, la sua prima esperienza milanese, grazie alla quale la grande critica gli rivolse la propria attenzione, motivata anche dalle parole di elogio mosse da Carrà nei confronti dell’esordiente. Probabilmente, anche grazie a questi accadimenti, crebbe in March il desiderio di svincolarsi da un certo provincialismo che egli sentiva presente nella cultura livornese e guardare verso la Francia.
Si diresse a Nizza nel 1928, dove restò fino al 1930, recandosi spesso a Parigi per presentare le proprie opere attraverso mostre personali. L’esperienza francese fu per la sua arte fondamentale, soprattutto dal punto di vista coloristico. Egli abbandonò gradualmente il segno grafico e divenne a poco a poco padrone del colore, staccandosi dalla visione labronica della pittura ancora imperante e rilevabile in altri artisti coevi.
Rientrato a Livorno, March volle presentare i suoi lavori nel corso di una mostra tenuta a Bottega d’Arte, storica galleria livornese, per poi ripartire verso Roma, dove lavorò intensamente, consolidando il proprio distacco dalla tradizione pittorica che lo formò.
Il legame con Livorno però non si interruppe mai, ritornò in città nel 1932 per restarvi fino al 1938 anno in cui si trasferì con la famiglia a Firenze per insegnare presso l’Accademia delle Arti e del Disegno, dove fu accolto favorevolmente dal mondo artistico fiorentino.
Il successo e i riconoscimenti non fermarono l’artista, il quale continuò a viaggiare in Italia e all’estero, partecipando a innumerevoli manifestazioni dove le sue opere furono sempre molto apprezzate.
Morì a Livorno nel 1974.

Pittura limpida, serena, spontanea, nasce da un impeto interiore dell’artista, che partendo dal linguaggio della tradizione macchiaiola toscana, attraverso i suoi più grandi esponenti, arriva a sviluppare un gusto ed una tecnica assolutamente personali. Le sue doti iniziano a crescere dedicandosi alla sua passione come autodidatta, dimostrando fin da subito un profondo senso di osservazione ed un certo controllo coloristico. Dopo essersi appoggiato, per la sua formazione, all’arte toscana ed in particolare ai maestri livornesi, non esita ad abbandonarli, in favore di nuove ricerche, mosse dalla sua volontà di rinnovarsi continuamente. Così, nelle sue opere troviamo spesso dei contenuti che possiamo definire tipicamente toscani accostati ad uso a volte azzardato ed innovativo del colore. Il divisionismo di Nomellini gli fu di lezione, ma a questo accostò una conoscenza diretta dei modelli francesi contemporanei, dai quali seppe cavarne spunti importanti, restando però sempre legato da un’inconscia fedeltà alla lezione toscana. Lungo il corso della sua carriera le sue tele risentono di tutti gli influssi che egli, mai pago dei risultati raggiunti, sembrò cercare anche oltre ai confini italiani. Ricorrono paesaggi dalle atmosfere sospese, dai colori accessi, ma graduati con gusto e sapienza, e le nature morte, attraverso le quali è ancor più evidente la ricerca dell’artista, in merito a volumetrie di carattere geometrico, modellate attraverso il colore, che si rifanno alla lezione cézanniana.

Quotazioni di Giovanni March e prezzi della galleria

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