Tav. I - Lo scherno di La Motte

(...)Siamo prigioni, rispose la Motta con orgogliosa modestia, e non potremmo accettare disfide; però, coll'approvazione degli uomini d'arme che hanno avuto le nostre spade, e che, ben inteso, avranno da noi un giusto riscatto, a nome mio, de' miei compagni e di tutta la gente d'arme francese, rispondo e ripeto quello che ho già detto una volta e che dirò sempre, gl'Italiani valer solo ad ordir tradimenti e non alla guerra, ed esser la più trista gente d'arme che abbia mai tenuto piede in istaffa e vestita corazza. E chi dice che io abbia mentito, mentre e glielo manterrò coll'armi in mano(...)"

(Tavole di G.F. Gonzaga in vendita a 190 euro, 280 con cornice e tutte e 10 tavole 1190 euro)

La Storia

Narra la Storia che, fallito il trattato di Granata (1500 d.C.) – che avrebbe dovuto sancire l’equa spartizione del Regno di Napoli fra Ferdinando II D’Aragona e Luigi XII – Francia e Spagna entrarono in aperto conflitto per il possesso dei territori borbonici nell’Italia meridionale.

In una prima fase dello scontro, gli Spagnoli, incalzati dall’incedere dei Francesi, furono costretti a ritirarsi in Puglia, unica regione ove mantenevano ben salde alcune roccaforti. Durante una, delle molteplici battaglie fra le due parti, a Canosa, gli Spagnoli, capitanati dal prode Diego De Mendoza, fecero prigionieri alcuni soldati francesi, che condussero a Barletta, quartier generale aragonese nonché ricco e potente comune, in quanto crocevia commerciale fra l’entroterra e la costa adriatica. A Barletta, i prigionieri francesi – fra i quali figurava anche il nobile Charles de Tongue, soprannominato  Monsieur Guy de La Motte  – ospiti del banchetto del Gran Capitano Consalvo da Cordova, non si trattennero dallo sbeffeggiare e deridere i soldati italiani – al soldo degli Aragonesi – accusandoli di codardia.

Ma i Francesi non si limitarono allo scherno e il capitano La Motte -“sanguinario, facinoroso, capace di scelleratezza ” – sfidò a duello le truppe italiane, chiamate in tal modo a dimostrare a fatti il loro valore. Questo l’antefatto della Disfida.

Tav.II - La proposta di sfida

"(...) Rizzossi il giovane e volse agli astanti in giro uno sguardo rapido, nel quale balenava un ardire senza insolenza qual s'addiceva al luogo, agli ascoltanti, ed a ciò che era per esporre. Narrò l'insulto di La Motta, propose la sfida, e per adempiere alla formalità d'uso spiegato il cartello lesse ad alta voce la formola(...)"

Furono allora convocati a raccolta da tutta la Penisola i migliori fra i combattenti italiani e il duello fu programmato nei minimi dettagli: venne stabilito a tredici il numero dei partecipanti e pattuita la somma di cento ducati per il riscatto di ogni sconfitto. Questi ultimi avrebbero dovuto anche cedere ai vincitori armi e cavalli a mo’ di premio.

Per la verità, il duello fu abile stratagemma tattico ideato ad hoc dagli Spagnoli, che, in difficoltà per l’inesorabile avanzata francese, cercarono in tal modo di guadagnare tempo, nell’attesa di ricevere rinforzi.

Tav.V - Il duello: primo assalto

"(...)S'alzò a poco a poco la polvere, crebbe, si fece più densa, gli avvolse prima che si fossero giunti, li coperse e nascose affatto come un nuvolo quando si dieder di cozzo, urtandosi i cavalli fronte contro fronte, e i cavalieri rompendo le lance sugli scudi e le corazze degli avversarj con quel fragore che produce una frana di massi che rovinando su un pendio senza ostacoli da prima, poi trova una selva nella quale si caccia, e fiacca, sradica, fracassa ciò che trova(...)"

 Il 13 Febbraio del 1503, nella piana tra Corato e Andria, in territorio di Trani – campo neutro poiché allora sotto la giurisdizione veneziana – ebbe così luogo la celebre Disfida di Barletta: tredici cavalieri italiani, guidati dal nobile e valoroso capitano di ventura Ettore Fieramosca da Capua si scontrarono a duello contro cavalieri francesi in eugual numero, capitanati dal comandante La Motte. Il duello si svolse sotto la diretta verifica di quattro giudici e di due ostaggi per parte. I cavalieri italiani, nelle loro corazze, erano adorni di un nastro azzurro, dono augurale di Isabella d’Aragona. Un’insolita moltitudine di spettatori giunse da Barletta e da molti comuni vicini per assistere all’epico scontro. “(…) Come fu dato il segnale corsero ferocemente a scontrarsi con lance… Essendosi combattuto per un piccolo spazio, e coperta la terra di molti pezzi di armature, di sangue, di feriti, d’ogni parte, e ambiguo ancora l’evento della battaglia, accade che Francesco Salomone, correndo al pericolo di un compagno, ammazzò con un grandissimo colpo il francese che, intento ad opprimere quello, da lui non si guardava. E poi, insieme con altri italiani, presi in mano spiedi, che a quest’effetto portati avevano, ammazzarono più cavalli degli inimici. Donde i francesi cominciati ad essere inferiori, furono dagli italiani fatti tutti prigionieri…”, ebbe a raccontare il Guicciardini.

Tav.VII - Fieramosca batte a duello La Motte

"(...) Quando si stese in terra, Feramosca che aveva colto il tempo e s'era buttato da cavallo, gli si trovò sopra colla daga sguainata, ed appuntandogliela alla vista in modo che un poco gli toccava la fronte, gli gridò: Renditi o sei morto. Il barone, ancor mezzo fuor di se, non rispondeva; e questo silenzio potea costagli la vita: gliela salvò Bajardo gridandolo prigione(...)"

Tav.IV - La Messa

"(...)Uscì la Messa;fra Mariano la diceva, ed i cuori di quelli fra gli spettatori, che erano capaci di sensi generosi e alti, forse non rimasero indifferenti alla vista di que' valorosi ed arditi giovani che atterravan innanzi al Dio degli eserciti le fronti solcate dal ferro e dalle fatiche per domandagli che fosse dato alle loro spade di vincere chi volea trascinar nel fango il nome italiano(...)"

Trionfanti furono quindi gli Italiani sui Francesi e passarono alla storia come leggendarie la prodezza e la lealtà dimostrate in battaglia dal capitano Fieramosca. Questi, infatti, accortosi di come il comandate La Motte fosse caduto da cavallo, affinché il duello potesse avere luogo  ad armi pari, scese anch’egli dal proprio destriero.

I due si fronteggiarono così in un durissimo corpo a corpo con asce e spade, fino a che La Motte, si accasciò a terra sfinito, invocando la resa. I Francesi, che certi erano dell’esito positivo a loro favore del duello, non erano provvisti della somma pattuita per il riscatto dei prigionieri. Furono quindi condotti nuovamente a Barletta fra gli insulti e gli scherni degli abitanti in festa. I tredici valorosi Italiani, dopo aver ricevuto le dovute onorificenze dalle alte cariche

cittadine, furono invece accompagnati nella Cattedrale della città, per la solenne messa di ringraziamento. “Sul muro nord della Cattedrale a ricordo della gran vittoria, vennero scolpiti i nomi dei tredici e la data, ciò che si soleva fare per gli avvenimenti memorabili” scrisse Guicciardini nella sua Historia d’Italia

Precoce esempio di unità nazionale, l’episodio della Disfida di Barletta divenne, in epoca risorgimentale, soggetto del celebre romanzo storico “Ettore Fieramosca” (1833) di Massimo D’Azeglio, che, tramite la narrazione della strabiliante vittoria nazionale ante-litteram, intendeva “mettere un po’ di fuoco in corpo agl’italiani”. Il cavaliere capuano, trasfigurato in eroe romantico, fu eretto a simbolo di un’identità italiana ancora tutta in divenire.

Tav.IX - Ettore Fieramosca come l'arcangelo Michele

“(…)Alcuni poveri montanari del Gargano, che attendevano a far carbone, raccontarono ad altri villani, ( e così da bocca dopo molto tempo corse la voce in Barletta, quando già s'era levato il campo spagnuolo) che era loro comparso, una notte d'un gran temporale, una strana visione di un cavaliere armato a cavallo sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare: cominciarono a dirlo pochi, poi molti, poi alfine tutti dissero e tennero per fermo fosse l'arcangelo S. Michele(...)"

Tav.X - Ettore Fieramosca caduto in un precipizio

"(...) Quando però lo seppe Fra Mariano e venne a confrontar l'epoche, pensò invece potesse essere stato Ettore, che fuor di se, spinto il cavallo in luoghi difficilissimi alla fine fosse caduto con esso in qualche ignoto precipizio e forse anche nel mare(...)"

A più di un secolo di distanza, le gesta eroiche di Ettore Fieramosca rivivono ancora attraverso l’illustrazione grafica di Giovan Francesco Gonzaga. Il maestro milanese fu artefice infatti nel 1982 di dieci tavole policrome – con procedimento litografico su matrici microgranite su carta acquarello-avorio – narranti visivamente le vicende che, durante la battaglia di Barletta, videro protagonista l’ardimentoso capitano di ventura Ettore Fieramosca.Un preciso e puntuale racconto figurato del grande romanzo del suocero di Alessandro Manzoni, Massimo D’Azeglio.

Il maestoso ciclo pittorico della giostra pugliese, di vago sapore rinascimentale nella concezione ispiratrice, diviene pretesto per Gonzaga per cimentarsi nella poetica a lui più cara: la cavalleria, declinata variamente, nel motivo del cavaliere con destriero o del solo animale.

Tav.VIII - Cavaliere al galoppo sulla spiaggia

"(...) L'apparenza malinconica del tempo non poteva però in quel momento turbare d'un punto la felicità del giovane italiano. Misurava con occhio impaziente il tratto di strada che lo separava da S. Orsola, ed essendo la piggia rasa e scoperta, patea vederlo tutto(...)”

Le tavole danno contezza della maestria dell’artista nella resa grafica di scene di battaglia, nelle quali Giovan Francesco Gonzaga si era cimentato fin dagli studi da autodidatta in gioventù. Ma, si può supporre, che scontri fra battaglioni di cavalleria, seppur certo non di epoca rinascimentale, ben impresse erano nella mente dell’artista milanese cui il ricordo, doloroso, doveva pesare come un macigno: Gonzaga alla Campagna di Russia della Seconda Guerra Mondiale, aveva preso parte fra le schiere della cavalleria italiana. E fu proprio la sua passione per il disegno che lo portò a non abbandonare, anche in quel periodo, l’esercizio artistico, ritraendo ciò che il momento contingente gli offriva: scene di battaglia quindi, ma anche profili di commilitoni e superiori, sviluppando in tal modo una certa consuetudine nella resa del motivo. Il disegno forte e deciso, cifra caratteristica del maestro, caratterizza altresì le litografie di Barletta, ove Gonzaga attraverso un marcato e impetuoso segno grafico dà vita a cavalieri fieri e romantici. Ne è esempio l’Ettore Fieramosca della tavola n. VIII, eternato al galoppo del suo fidato destriero, mentre percorre la spiaggia di gran fretta, impaziente di giungere alla meta.

Quando cavalco attraverso i prati il mio cuore vagabonda nel mattino denso di brume.
Sento le peste della tua andatura nel gran silenzio verde.
Dalle froge fumida il tuo respiro mentre la criniera ha un fremito di vento. Allento le redini e premo leggermente i tuoi fianchi e rispondi generoso col tuo splendido galoppo verso la linea perduta dell’orizzonte.

Guardo l’immenso cielo e fondendomi con te mi sento il padrone del mondo.”

(G. F. Gonzaga)

 

Tutte le dieci tavole sono corredate da una didascalia descrittiva della scena effigiata, didascalia tratta dall’Ettore Fieramosca di D’Azeglio.

La cartella completa delle opere della Disfida di Barletta del maestro Gonzaga è in vendita presso la Galleria Deodato Arte.

Tav.III - Il toro

"(...) e questa vista gli mise addosso un furore tanto smisurato, e tanto gli crebbe le forze, che, alzata la spada quando potè, la rovesciò sul collo del toro con tal rovina che l'avrebbe tagliato se fosse stato di bronzo. Il colpo in quel disordine non cadde dritto. Tagliò prima un corno netto come un giunco, poi il giaco e le vertebre, e si fermò alla pelle della giogaja, per la quale il capo rimase ancora attaccato al busto che si rovesciò nella polvere(...)"

Tav.VI - Il duello: il corpo a corpo

"(...) Gli uomini d'arme intanto accoppiatisi combattevano spada a spada, e così due a due dando e ribattendo quei grandissimi colpi, e volteggiandosi intorno scambievolmente per torre il loro vantaggio, venivan dilatando la zuffa serrata dal primo assalto; la polvere cacciata dal vento più non toglieva la vista dei combattenti;si conobbe che l'uomo d'armi scavalcato era Martellin de Lambris(...)"

 

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