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Tano Festa (Roma, 2 novembre 1938 – 9 gennaio 1988)

Inizia la sua carriera di pittore ufficiosamente (come dice lui stesso in una delle sue ultime interviste) da bambino, spinto dal padre, che lo incoraggia a dipingere come hobby e ufficialmente nel 1961, quando tiene la sua prima mostra personale presso la Galleria “La Salita” a Roma, pochi anni dopo essersi diplomato in fotografia artistica all’Istituto d’Arte della stessa città (1957).

Fondamenale per il suo percorso artistico è sicuramente la partecipazione all’esposizione “The New Realism” a New York insieme a Schifano, Baj e Rotella, ma anche la prima Biennale di Venezia del 1964 dove, per la prima volta, il pubblico può ammirare una delle sue celebri “Persiane”, opere dal sapore chiaramente metafisico e New Dada. Questo genere di lavori sono profondamente legati alla tragica vicenda della morte del fratello dell’artista, Francesco Lo Savio (all’anagrafe erano registrati con cognomi diversi), che si era tolto la vita a Marsiglia, in un albergo: leggendo le ragioni del suo gesto in chiave tragica ed eroica, Tano Festa comincia a vedere gli oggetti che lo circondano in maniera malinconica, tirando fuori il loro lato metafisico, al confine con la mortalità umana; non a caso essi spesso vengono da lui definiti “soglie”.

Inoltre Festa viene considerato uno dei maggiori esponenti della cosiddetta Pop Art italiana, sulla quale dà una lettura particolarmente significativa nel corso di un’intervista: “Io appartengo a quella che fu, a torto, definita “Pop Art” italiana. Ora, quello che noi facevamo era popolare, non pop. Gli americani erano “Pop Artist” perché raffiguravano oggetti di consumo veri e propri come simboli artistici da cui trarre l’ispirazione. Noi italiani siamo stati “Popular” perché siamo riusciti, viceversa, a consumare l’arte stessa con le citazioni e le estrapolazioni, come quelle fatte da me sui frammenti michelangioleschi del Giudizio Universale. Jasper Johns, Oldenburg e Warhol potevano invece esprimere bene l’arte con la bandiera americana, con i barattoli di zuppa e con i pennelli di bronzo. Quegli oggetti più che altri rappresentavano la cultura americana ed era logico e giusto, per loro, enfatizzarli. Ma io dovevo fare i conti con Leonardo e Michelangelo, non mi potevo mica inventare niente” (Intervista del maggio 1987 di Dimitri Buffa a Tano Festa, nella galleria romana di Francesco Soligo). E infatti, sempre nei primi anni Sessanta, comincia la sua analisi sui grandi artisti italiani, diventando celebre soprattutto per le sue rielaborazioni del Michelangelo della Cappella Sistina e delle Cappelle Medicee. L’artista traspone dettagli fotografici o proiezioni su tele tratti dalle sue celebri opere, manipolandole attraverso l’inetrvento pittorico o ridipingendole del tutto a smalto, interpretandole come delle pubblicità: esse hanno in questo modo come una seconda vita, in una dimensione surreale che permette una comprensione immediata e una chiave di lettura semplice. Col passare degli anni le sue riletture di icone vengono continuamente riproposte, diventando icone a loro volta.

Passa un periodo piuttosto difficile, durante il quale non riesce a esprimere la sua creatività e il riconoscimento della critica manca, ma poi viene invitato alla biennale di Venezia del 1980, 1984: di questo periodo sono i cosiddetti “Coriandoli”, cicli altamente poetici e sublimi.

Quotazioni di Tano Festa e prezzi della galleria

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