Gastone Breddo nacque a Padova nel 1915, visse molti anni della sua vita a Venezia ed in Toscana. Fu avviato all’arte attraverso il padre, orafo e cesellatore, il quale lo spinse prima a frequentare i corsi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e poi presso l’Accademia di Bologna, dove ebbe modo di entrare in più stretto contatto con la vita artistica italiana, partecipando attivamente a dibattiti e conferenze, esponendo alle mostre più significative a partire dal 1936 e dove conobbe Giorgio Morandi.
Ancora giovanissimo, nel 1933, partecipò alla Mostra Sindacale Fascista di Belle Arti di Padova e, dal 1937 al 1939, collaborò alla rivista “Gioventù Italica” di Roma con scritti e disegni.
Dal 1938 al 1940 scrisse sul giornale periodico “Il Bo’” di Padova, continuando a partecipare alle rassegne padovane e, sempre nel 1940, partecipò anche alla Biennale di Venezia. Negli anni di poco successivi collaborò a diverse riviste come “L’Architrave” di Bologna, “La Strada” e “Michelangelo” entrambe di Firenze.
Tra il 1944 e il 1945 avvenne quella che forse fu la sua collaborazione più fortunata. Breddo infatti, lavorando al bollettino “Piccola Galleria” edito a Venezia, conobbe importanti artisti, come Arturo Martini, De Pisis, Licini, Saetti e Guidi, i quali si trasformarono certamente per l’artista tutti in incontri formativi. Nel 1945, sempre a Venezia, tenne la sua prima mostra personale presso la Piccola Galleria.
La sua pittura risentì, soprattutto inizialmente, dell’influenza del neocubismo, che traspare nelle nature morte e nei paesaggi realizzati tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Successivamente si avvicinò all’astrattismo delle forme e ad un tonalismo di influenza morandiana.
Fortemente legato al capoluogo veneto continuò a risiedervi, lavorando prima come critico d’arte per la “Gazzetta Veneta” e poi dirigendo il bollettino della Galleria “Antico Martini”, lavorando contemporaneamente anche ad alcune monografie.
Nel 1958 ebbe una sala personale alla Biennale veneziana, dove ottenne anche uno dei premi ufficiali nazionali. Lungo la sua carriera fu sempre vivace la sua attività espositiva, non solo a Venezia, ma anche a Roma, Firenze, Bologna, Milano, seguendo le varie manifestazioni e superando anche i confini nazionali.
L’immaginario e le atmosfere create dall’artista sembrano giocare su accenti solitari e malinconici. Tele in cui dominano oggetti e “cartocci” di fiori, così definiti dalla critica, ma anche paesaggi invernali, figure ed interni. Composizioni costruite attraverso pennellate rapide e penetranti, in cui spesso le forme sembrano voler essere solo evocate, ma senza una propria precisa definizione.
Breddo non interruppe mai l’attività legata al testo scritto, ed illustrò il testo “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo, accanto ad altri importanti artisti, e, con le sue litografie,illustrò anche il volume “Cinquant’anni anni di poesia” di Eugenio Montale.
Nel 1963 divenne prima, insegnante del Liceo Artistico di Venezia, e poi, titolare della cattedra di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, della quale fu anche direttore.
Morì a Calenzano di Prato nel 1991.

Umberto Baldini:
…”Venezia e cartocci: questi i due temi costanti che sono divenuti ormai per antonomasia i temi della sua poetica, veri e soli autentici motivi per la sua testimonianza di amore, d’essere e di sentire”.

Carlo Betocchi:
…”Tali i “cartocci” di Breddo, e le loro emanazioni, fra le altre sue immagini: ed ecco come, non senza letizia per la vecchia amicizia che mi lega a lui, ecco come perchè me ne vengo adesso con queste parole, quasi un apologo, accompagnandomi al suo libro: in cui vedo riapparire sentimenti e pensieri segreti di molta parte dei miei sogni”.

Renzo Biasion:
…”Quella “luminescenza poetica” caratteristica della pittura di Breddo che l’ha portato alle affermazioni in Germania, in Spagna e nell’America del Nord. (In America un dipinto di Breddo è stato richiesto da 14 acquirenti)”.

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