(in anteprima l’editoriale della rivista cartacea Deodato Arte Magazine numero 3)

Barriera a 2 km, barriera a 1 km, barriera a 500 metri, mi avvicino alla quasi quotidiana barriera della Como-Laghi e la barra magicamente si alza; poi al ritorno faccio la Pedemontana, lì la barriera non c?è neppure, sento solo il beep del telepass, se la radio della mia auto, connessa a Spotify, non è troppo alta sulla playlist preferita. Mentre i geologi ci spiegano che stiamo cambiando era geologica, passando dall’olocene all’antropocene mi accorgo che stiamo velocemente entrando nella telepass economy, ove tutto è wireless: pagamenti, registrazioni, timbrature in azienda, calcoli.

La telepass economy è già una realtà oltre oceano ed è l’unica realtà per i nati negli anni ’90 e mentre la osservo mi chiedo se e come influenzerà il mondo dell’arte. Intanto il mondo dell?arte si trova catapultato ormai da un decennio in piena “knowledge economy” dove la conoscenza diventa prodotto o comunque è fondamentale per veicolare il prodotto. La maggior parte delle gallerie d’arte in Italia non ha capito questo nuovo paradigma, spostano quadri dal magazzino alle pareti del negozio, dalle pareti alla fiera d’arte e dalla fiera d’arte di nuovo al magazzino, nella speranza che in questi spostamenti le opere siano viste e magari acquistate. Nella “knowledge economy”non sono gli atomi a spostarsi e neppure le immagini o le descrizioni tecniche del prodotto, quanto piuttosto la conoscenza di come il prodotto, sotto l’aspetto funzionale, concettuale, estetico o economico interagirà con l’ambiente esterno. Nella “knowledge economy”non è il lavoro intensivo e manuale a fare la differenza quanto come la informazione di cui è carico il prodotto interagirà con l’informazione che lo circonda; ecco che chi compra un?opera d?arte vuole sapere molte cose sull’opera e su come interagisce nel mondo contemporaneo. Certo questo avveniva anche prima, solo che ora, a differenza di prima, il processo di acquisizione di know-how è molto più lungo e preciso; il processo è spesso invertito, informandosi si riconosce un valore e solo successivamente viene maturata, spesso senza una pianificazione antecedente, la decisione di acquisizione di un’opera d’arte.

La “knowledge economy” impone raccontare in modo approfondito i contenuti, nei tempi e nei modi desiderati dal fruitore, ed impone lasciar compiere a lui la prima mossa. Negli anni ’80 chi proponeva prodotti e servizi aveva il compito di dover fare per primo un’azione, oggi è esattamente il contrario. Questo è il motivo per cui alla Deodato Arte abbiamo solo giornalisti e laureati in ambito umanistico, dal 1 dicembre 2016 abbiamo deciso di non avere più venditori, né per il B2B né per il B2C. Spesso alcuni clienti più smaliziati ci chiedono come mai il nostro personale di front-end non abbia provvigioni sulle vendite. La risposta è semplice: perché non devono vendere, il nostro personale ha contribuito in modo attivo a creare la conoscenza ed ha un enorme piacere nel vedere che si trasforma in una transazione reale; la vendita è solo un piccolo passo di un processo iniziato molto da lontano. Alla Deodato Arte la redistribuzione della ricchezza premia il processo nel suo intero, e cerca di non favorire ed esasperare una non ecologica vendita emozionale, le nostre consulenti di front-end non sono venditrici ma ideatrici e creatrici di valore.

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